Le parole della notte
  • Poesie, vite avventurose, storie di artisti mescolate a storie di cronaca: uno zibaldone di pensieri che si formano di notte e talvolta svaniscono di giorno
    A cura di Paolo Di Mizio
  • 13.2.13
    Storia di un amore che durò solo pochi minuti o forse per sempre 

    La ragazza bionda alla cassa era così carina e mi sorrideva con tale intensità, che mi sentii quasi obbligato ad attaccare bottone. E anzi dichiaro qui in modo pubblico che l’avrei apertamente corteggiata, tanto era bella, se solo non fossi entrato in quel saloon in compagnia di mia moglie. Che allora in verità era ancora la mia fidanzata e comunque era non meno bionda e non meno bella della cassiera.

    Eravamo in un luogo sperduto in mezzo alle Montagne Rocciose al confine tra Arizona e Utah. La biondina alla cassa aveva i capelli raccolti in due trecce che scendevano sulle spalle, il corpo esile, il naso vezzoso alla francese, gli occhi di un azzurro chiarissimo. Parlava con una grazia ingenua che mi sdilinquiva. Mi chiese da dove venissi. “Dall’Italia, da Roma” risposi. “Oh, come deve essere bella Roma!” esclamò con una luce di desiderio negli occhi. “E tu? Sei nata qui?” le chiesi nel tentativo (poco fantasioso) di prolungare la conversazione.

    La sua sorprendente risposta fu: “Sono nata qui. Sono indiana. Della tribù degli Ute.” Rimasi di sasso. Aveva detto proprio “indiana”. Nulla del suo aspetto me lo avrebbe fatto immaginare. Gli indiani della mia infanzia, quelli conosciuti attraverso il cinema, avevano i capelli neri, gli zigomi larghi, gli occhi scuri, la pelle brunita. E del resto erano così anche gli indiani che avevo visto nelle riserve o passare nelle città del West a bordo di vecchi pick-up arrugginiti. Davanti a me, invece, c’era una ragazza bionda dal viso affilato e la pelle di porcellana. Avrà avuto 24 o 25 anni d’età.

    “Sono indiana. Della tribù degli Ute”. Ebbi quasi uno sbandamento, in quel locale in cui tutti gli avventori erano vestiti da cow-boys, con i tipici cappelli, gli stivaletti con tacco e speroni, il fazzoletto legato sotto il mento e i copricosce di cuoio. Il saloon – una grande baracca di legno – era l’unica costruzione che avessimo incontrato nelle ultime tre o quattro ore di guida tra luoghi rocciosi, aridi, su una strada larga e ben tenuta dove però solo raramente si vedeva passare un’automobile o un camion. Ci eravamo fermati per riposarci qualche minuto, senza immaginare che saremmo entrati in un locale che pareva costruito solo per figurare in un film western.

    Prima di proseguire, devo informarvi che ho amato e amo profondamente i “nativi americani”, come oggi vogliono giustamente essere chiamati. Li amavo e li amo soprattutto perché erano i perdenti predestinati di tutti i film western della mia infanzia e adolescenza: erano immancabilmente dipinti come una massa di selvaggi, crudeli e tagliatori di scalpi. Ma più erano vilipesi al cinema e più li amavo. Forse perché già sapevo, con l’intuito dei bambini, che la Storia, alla fine, la scrivono sempre i vincitori, e che le ragioni dei perdenti, per quanto siano giuste, sono perdute.

    Infatti, quando in seguito giunse l’epoca di film come Piccolo grande uomo o Balla coi lupi, che raccontavano le cose “dall’altro punto di vista”, la tentata rivalutazione dei nativi americani non ebbe mai veramente successo. Passerà, credo, almeno un secolo prima che gli Stati Uniti possano immaginare di avere un Presidente che sia nato nelle riserve dei Navajos o dei Sioux. “Noi nativi americani siamo l’ultimo gradino della scala sociale, veniamo molto dopo i neri, e perfino dopo i portoricani e i latinos appena immigrati” mi disse in un’intervista uno dei pochissimi indiani laureati. Ma questa è un’altra storia.

    Per tornare alla cassiera bionda del saloon, ero non solo sbalordito, ero anche emozionato. Come se d’improvviso si fosse svegliata dentro di me l’immensa folla di indiani che dormivano nel mio subconscio fin dalla mia infanzia. Gli indiani della mia infanzia erano saggi e coraggiosi, leali e profondi. Vivevano in armonia con la natura. Avevano un fiuto, un udito e una vista impareggiabili. Sapevano leggere nel vento, nell’odore dei boschi, nei fili d’erba della prateria, nel volo degli uccelli.

    Li amavo. E adesso, davanti a me, c’era quella rappresentante in carne ed ossa di tutti gli indiani della mia fantasia: c’era quella biondina che avrebbe potuto essere francese o austriaca, tedesca o olandese, e che invece era un’indiana. Certo, i nativi americani si sono mescolati ai “bianchi” e i cromosomi interagiscono secondo le complesse leggi della natura. E’ comprensibile. Ma ciò non toglie che io fossi stupito ed emozionato.

    Devo oggi confessare che per qualche minuto, almeno per qualche minuto, amai quella piccola indiana bionda. Sì, l’amai. Sentii qualcosa come un’onda che mi trasportava verso di lei; sentii come se l’incontro con quella ragazza segnasse l’arrivo imprevisto di un’epifania, un momento di luce e di verità, quasi che si fosse materializzata davanti a me una fata delle fiabe e mi avesse detto: “Guarda, con questa bacchetta posso esaudire il tuo sogno più profondo.”

    La realtà mise presto a tacere il mondo dei sogni. Bevvi una Coca Cola e in pochi minuti fui pronto per riprendere la guida sugli altipiani deserti. Ero ancora scosso, ma ormai di nuovo immerso nella vita reale. La mia fidanzata neppure si era accorta di quel fulmine improvviso che mi aveva attraversato l’anima. La piccola indiana bionda era stata soltanto la breve visione di un’altra vita possibile, una piccola magia che mi mostrava lo spiraglio di un’altra possibile strada nel mondo. Pensate se avessi detto alla mia fidanzata e quasi moglie: “Cara, mi spiace, ma in questo preciso istante mi sono innamorato di un’altra”. Non avrei avuto mai il coraggio di fare una cosa del genere.

    Ma in qualche zona della mia mente si depositò un pensiero, che ricordo ancora oggi. Pensai che se un giorno tutto fosse crollato intorno a me, se un giorno avessi seguito l’impulso di ricominciare la mia vita da zero, se un giorno avessi avuto bisogno di cercare finalmente la verità (“Che cos’è la verità?” chiese Gesù a Pilato, o forse è il contrario, Pilato lo chiese a Gesù), ebbene quel giorno sarei tornato lì tra le montagne dell’Arizona e dello Utah, avrei cercato quella piccola indiana bionda vista per pochi minuti, e le avrei chiesto di poter vivere per sempre insieme a lei.

    Non l’ho fatto. Sono passati venticinque anni e ancora oggi, ogni tanto, mi chiedo che ne sia stato di quella giovane donna. Spero che abbia avuto una vita felice, o almeno serena. Spero che il suo dio Manitù sia stato clemente con lei. Certamente la piccola indiana bionda non si ricorda di me e non sa che da venticinque anni, ovunque lei vada, ovunque lei sia, qualunque cosa lei faccia, si porta dentro, come un amuleto invisibile, un piccolo pezzo del mio cuore. Spero che le abbia portato fortuna.


    Sono presenti 4 commenti

    Anonimo ha detto...

    Bravo Paolo! fai sempre centro!

    Anonimo ha detto...

    una bella storia, raccontata con il sapore romantico di tanto tempo fa... Che belli sono i ricordi.

    Anonimo ha detto...

    Com'é bello l'amore! Quello vero non muore mai. Ti seguirà sempre e avrà sempre posto in un angolino del tuo cuore. Il fuoco si spegne ma sotto la cenere restano le braci accese: basta un soffio di vento e il fuoco torna ad ardere...
    Pratonero

    cinzia di lorenzo ha detto...

    stupenda questa storia..sono sicura che la ragazza avra' percepito qualcosa dal tuo sguardo...le donne ...non tutte ,ma molte ,sono sensibilissime...certe cose le percepiscono anche dalla minima cosa...

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