Le parole della notte
  • Poesie, vite avventurose, storie di artisti mescolate a storie di cronaca: uno zibaldone di pensieri che si formano di notte e talvolta svaniscono di giorno
    A cura di Paolo Di Mizio
  • 7.5.13
    L’eroina dei due Mondi fu la protagonista di una vicenda umana appassionante, per molti versi stupefacente e ineguagliata.

    Si può non credere del tutto alle parole con cui Giuseppe Garibaldi racconta nelle sue memorie gli atti eroici della moglie Anita. Ma è difficile non credere a quanto ha lasciato scritto un nemico di Garibaldi, il colonnello brasiliano Antonio Melo de Albuquerque. L’ufficiale comandava le truppe imperiali nella battaglia del 12 gennaio 1840, in cui i ribelli repubblicani guidati dal giovane italiano furono sopraffatti. In quell’occasione, lo abbiamo raccontato in un precedente articolo, Anita fu catturata. Così scriverà anni dopo il colonnello: “I miei ufficiali mi riferirono che dove il combattimento era più accanito si vedeva un combattente con la spada in pugno e i bei capelli al vento, che incitava i soldati a resistere, esponendosi alle nostre fucilate. Circondata dalle mie truppe e col numero dei suoi soldati quasi ridotto a zero, Anita si lasciò alla fine catturare. Condotta in mia presenza, era mal vestita, spettinata e con la voce rauca per la lotta spossante e per l’angoscia di essersi trovata separata dal marito. Essa, con il suo comportamento, si conquistò completamente l’ammirazione mia e dei miei sottoposti. Ci rendemmo conto con fierezza che era una nostra compatriota…”.

    Anita riuscì ad ingannare il colonnello. Chiese e ottenne di poter cercare il cadavere di suo marito sul campo di battaglia. Ma una volta portata sul campo di battaglia disseminato di morti, mentre fingeva di cercare il corpo di Garibaldi, le guardie si distrassero e Anita afferrò un cavallo e fuggì. Nonostante la beffa subìta, così scriverà nelle sue memorie l’ufficiale brasiliano: "Ritengo ancor oggi uno dei titoli più onorevoli della mia vita il fatto di aver conosciuto quella donna".

    E’ difficile aggiungere un tocco romanzesco alla vita di Anita, che contiene in sé romanzi e avventure a iosa. Per rimanere al seguito di quella battaglia, nella sua fuga Anita cavalcò per otto giorni attraverso “gigantesche boscaglie” (così le descrive Garibaldi) percorrendo venti leghe “da sola e senza soccorsi”, perché aveva “il cuore del leone e la velocità della gazzella” (è sempre Garibaldi che racconta, verbalmente, dettando allo scrittore francese Alexandre Dumas). Anita attraversò il fiume Canoas aggrappata alla criniera del cavallo. Era notte e quattro soldati di sentinella, che l’avvistarono mentre usciva dal fiume, “alla luce dei lampi e allo scroscio dei tuoni”, anziché fermarla fuggirono terrorizzati, “credendo d’essere in presenza di un’apparizione soprannaturale”.

    Questa era Ana Ribeiro de Jesus, detta Anita. Una vita breve ed eroica, costellata di battaglie e di fughe. Era in fuga quando concepì Menotti, il primo dei quattro figli che diede a Giuseppe Garibaldi, il quale poi si disse convinto di averlo concepito dopo una battaglia vinta dalle sue truppe, nel villaggio di Santa Vitòria.

    Ma Anita non fu solo un’amazzone guerriera. Quando la causa della rivoluzione brasiliana fu persa, Giuseppe e la moglie ripararono in Uruguay. Lì vissero pacificamente per sette anni. Racconta Garibaldi: "Anna, impavida nei disagi e nei pericoli della guerra, era amabile nella vita domestica, e mi consolava e mi aiutava nelle ristrettezze del nostro soggiorno in Uruguay". Furono forse gli anni più belli, certamente i più sereni, nella vita di Anna.

    Poi, nel 1847, il trasferimento a Nizza. Nel 1849 di nuovo in battaglia. A Giuseppe Garibaldi viene conferito il comando delle truppe che hanno defenestrato il Papa e proclamato la Repubblica Romana. L’esercito francese viene battuto clamorosamente dai garibaldini. Ma Parigi manda ingenti rinforzi e dopo un lungo assedio le truppe francesi penetrano entro le mura di Roma. Anita combatte con i garibaldini, quartiere per quartiere, finché la resistenza non è sopraffatta dalla schiacciante superiorità del nemico.

    Garibaldi e i suoi sono infine costretti alla fuga. I patrioti si sparpagliano per sfuggire alla caccia della polizia papalina. Garibaldi con Anita e con il fedelissimo Capitano Leggero, vuole raggiungere Venezia, l’unica repubblica italiana che ancora resiste agli eserciti imperiali europei.

    Anita è incinta al quarto o quinto mese. La fuga, a piedi, a cavallo, attraverso montagne e fiumi, per mezza Italia, è un calvario. La giovane donna è colta da febbri e spasimi. Nelle valli di Comacchio Anita perde conoscenza. Giuseppe e Leggero la trasportano in barca, stesa su un vecchio materasso, fino alla fattoria del patriota Guiccioli in località Mandriole di Ravenna. Ma Anita vi giunge senza vita. Muore il 4 agosto 1849, all’età di 28 anni.

    Il suo corpo, sepolto in fretta nella sabbia, viene scoperto sei giorni più tardi. Il capo a Ravenna dell’odiata polizia papalina, il Conte Locatelli, scrive nel suo rapporto: “Tutto conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sia per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti sia per lo stato di gravidanza”.

    Non basta. Il poliziotto aggiunge che il cadavere mostra “segni non equivoci” di strangolamento. Come dire che Garibaldi, per non essere impacciato nella fuga, avrebbe strangolato la moglie incinta! E’ evidente che la polizia papalina mirava a discreditare l’eroe anticlericale. Il referto di polizia infatti fu poi smentito dallo stesso medico che aveva esaminato il cadavere e successivamente fu smentito anche da una commissione di medici legali incaricati dallo Stato Vaticano di far luce sulla vicenda. Il rapporto dei medici legali attestò che Anita era morta per cause naturali.

    Nel decennio successivo, i resti di Ana vennero esumanti per ben sette volte. Nel 1859, per volontà del marito, le spoglie furono trasferite a Nizza, città natale di Garibaldi. Poi, nel 1932, furono definitivamente deposte nel basamento della statua eretta in suo onore sul Granicolo, a Roma, nella città per la cui difesa Ana Ribeiro de Jesus era morta. Nella statua è ritratta a cavallo, “amazzone brasiliana dall’aspetto imponente”, come l’aveva descritta suo marito.

    La sua memoria è diventata una leggenda del Risorgimento italiano, e Ana è considerata un’eroina nazionale brasiliana. Ancora oggi, in Brasile, la sua storia viene insegnata sui banchi di scuola. E’ un peccato che non facciano altrettanto le scuole italiane.

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