Le parole della notte
  • Poesie, vite avventurose, storie di artisti mescolate a storie di cronaca: uno zibaldone di pensieri che si formano di notte e talvolta svaniscono di giorno
    A cura di Paolo Di Mizio
  • 9.5.13
    Trentacinque anni fa veniva ucciso in Sicilia il giovane Peppino Impastato. Il suo coraggio e la sua piccola radio facevano paura a Cosa Nostra. Ma è sbagliato pensare che la mafia, come dice Giuliano Ferrara, sia “l’essenza della Sicilia”.

    Riflettevo su un articolo che ho letto ieri, firmato da Maria Giovanna Fanelli e apparso sul blog Alganews. Il pezzo tratta del trentacinquesimo anniversario dell'uccisione di Peppino Impastato. Figlio di un padre affiliato alle cosche, cresciuto in ambiente mafioso o paramafioso, Giuseppe Impastato si fece paladino della lotta a Cosa Nostra. Fondò una piccola radio, dalla quale conduceva programmi di forte impegno antimafioso. Si iscrisse al partito comunista.

    La mafia sopportò per qualche tempo quel giovane ribelle che proveniva dal suo seno, da una “famiglia d’onore”, e che brandiva solo due armi: un piccolo microfono e un grande coraggio. Il “picciotto” fu più volte avvisato, ammonito, minacciato. Ma no si piegò. La mafia decise infine che aveva osato troppo: e lo condannò a morte. Quando fu ucciso, aveva appena 30 anni.

    Dopo la sua morte, la madre con grande coraggio si ribellò all’ambiente mafioso e omertoso della sua stessa famiglia e lottò come una leonessa per preservare la memoria di Peppino e rendere onore al suo sacrificio.

    L'intera vicenda è struggente e significativa: è uno spaccato così profondo della nostra storia e una così profonda metafora della vita e del coraggio, che molti anni fa pensai di scriverne la sceneggiatura per un film. Ne vedevo già la realizzazione, con la storia raccontata su due piani paralleli: uno a colori, l’altro in bianco e nero. Purtroppo, come per tante altre cose, non ne feci nulla.

    Maria Giovanna Fanelli, nel suo articolo, ricorda che Giuliano Ferrara ha detto l’altro giorno che “la mafia è l'essenza della Sicilia” (Milano invece no, vero, Ferrara?). Fanelli sostiene al contrario che la Sicilia non è solo mafia. Personalmente la penso esattamente come lei.

    Non sono siciliano. E ieri, riflettendo qualche istante nel tentativo di sintetizzare in un'immagine ciò che la Sicilia rappresenta per l'Italia, mi è venuto in mente che la Sicilia ha dato al nostro Paese, tra numerose altre cose, anche due premi Nobel per la letteratura: Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo. (E tralascio qui di ricordare scrittori come Sciascia o Tomasi da Lampedusa o Giovanni Verga, quest’ultimo a mio parere il più grande romanziere italiano di tutti i tempi, superiore anche a Manzoni).

    Ma limitandoci appunto ai premi Nobel per la letteratura e considerando che l'Italia ne ha ottenuti complessivamente 6, dobbiamo dedurne che l'isola ha contribuito, da sola, per il 33,3 % delle nostre glorie letterarie.

    Direi dunque che – se non altro per questo motivo – è estremamente esatto affermare che la Sicilia non è solo mafia e che la mafia non è l’essenza della Sicilia.


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