Le parole della notte
  • Poesie, vite avventurose, storie di artisti mescolate a storie di cronaca: uno zibaldone di pensieri che si formano di notte e talvolta svaniscono di giorno
    A cura di Paolo Di Mizio
  • 13.10.13
    Un giorno la mia anima di nomade piantò le radici nella Città eterna. A mia insaputa.

    I primi anni in cui abitavo a Roma non amavo questa città. La sentivo estranea, ingombrante e ingombrata, caotica e faticosa. Ero cresciuto da ragazzo in un piccolo paese delle Marche, sul mare. Poi ero vissuto per qualche tempo nella mia città natale, Bologna, la città della mia famiglia materna. Negli anni dell’università e negli anni successivi alla laurea, ero andato ad abitare a Londra. In verità mi dividevo tra Londra e un grazioso villaggio agricolo dell’Essex, Peldon, dove viveva la mia fidanzata di allora. Infine le occasioni della vita mi avevano portato a Roma.

    Come ho detto, all’inizio non fu facile: mi pesava dovermi adattare al grande ammasso disordinato di gente e di stratificazioni storiche che forma la città di Roma. Diciamo che lo sopportavo. Sopravvivevo. E devo dire che spesso mi tornavano alla mente i versi di Ezra Pound che avevo tradotto durante i miei studi all’università. Era una poesia intitolata “Roma”, di cui questo era l’incipit:

    O tu, viandante, che cerchi Roma in Roma
    E trovi nulla qui che dir si possa Romano;
    Archi consunti, palazzi al volgo in mano,
    Solo ne vive il nome, tra queste mura, di Roma.

    Ecco, mi sentivo come il viandante di Pound, che giunto a Roma non riconosceva nella città l’antica e fastosa capitale imperiale studiata sui libri di Storia. Ma io volgevo lo sguardo altrove. Avevo il mio lavoro, avevo i miei frequenti viaggi in giro per l’Italia e fuori dall’Italia. Sopportavo.

    Poi un giorno, appunto, andai all'estero per un lungo viaggio di lavoro; mi trattenni forse un mese o due. Durante il volo di ritorno, al tramonto, mentre l'aereo scendeva su Roma, dal finestrino vidi un panorama fatto di case – piccole case, viste dall’alto: quasi oggetti di un presepe –, avvolte dalla luce dorata dei lampioni, e sopra c’era un grande cielo terso, estremo, quasi vibrante nelle sue frequenze ottiche di azzurro cobalto.

    Davanti a quel piccolo spettacolo, che pure avevo visto tante volte dagli aerei, per la prima volta sentii qualcosa come un calore intorno al cuore: una specie di piccola felicità inattesa. E nella mia mente si formò la parola "casa". Sto tornando a casa, pensai. In quel preciso momento realizzai che mi ero innamorato di Roma. Le appartenevo. Era la mia città, il mio luogo.

    Le mia natura di nomade aveva messo radici e le aveva piantate qui, senza che io me ne accorgessi, tra un viaggio e l’altro. Qui si era trasferito l'epicentro della mia vita, il punto cardinale della mia piccola storia sulla Terra. Da allora non ho mai smesso di amare questa città.

    E quando dico amare non intendo semplicemente che mi piace, per la sua bellezza o per la sua comodità. Anzi, certe cose non mi piacciono ancora oggi, certe congestioni, certe situazioni caotiche mi infastidiscono ancora oggi.

    Ma ciò non toglie che Roma sia mia, come io sono suo. Io le appartengo, lei mi appartiene. Si è creato, tra lei e me, un rapporto intimo. Una volta pensai anche che sulla mia lapide funeraria, quando giungerà l’ora, potrei chiedere di scrivere, accanto al mio nome e alle date di nascita e di morte, una sola frase: “Fu cittadino romano”.

    Dirò di più. Si può continuare ad amare una città anche andandosene a vivere altrove. Io amo il paese delle Marche nel quale sono cresciuto da bambino e da adolescente. Amo città e paesi nei quali ho trascorso lunghi o brevi periodi della mia vita. Ma alla fine c’è un solo luogo, o al massimo due, che uno dentro di sé sente di poter chiamare “casa”. Per me quel luogo si chiama Roma.


    È presente 1 commento

    Susan Courtright ha detto...

    Wonderfully intimate. That is how I feel! One day many years ago I woke up and Rome had burrowed into every layer of my body and soul. When I am away from her I am without a home. When I am with her I rejoice even with the traffic, and the garbage bins!

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