Le parole della notte
  • Poesie, vite avventurose, storie di artisti mescolate a storie di cronaca: uno zibaldone di pensieri che si formano di notte e talvolta svaniscono di giorno
    A cura di Paolo Di Mizio
  • 20.6.14
    Arrestati cinque uomini sospettati di aver violentato in gruppo e poi impiccato le due ragazzine di 14 e 15 anni. 

    La vicenda dell’ennesimo stupro di gruppo in India, seguito dall’uccisione delle due vittime, due ragazzine di 14 e 15 anni, fa mergere ancora una volta tutto l’orrore e la profonda inciviltà dell’India delle caste e dell’esclusione sociale. Ma raccontiamo prima i fatti. Le vittime sono due giovanissime cugine, rapite, violentate da un gruppo di uomini e poi impiccate a un albero di mango. Le immagini del grande mango da cui pendono senza vita i corpi delle due sventurate ragazzine, con la gente del villaggio che sta tutt’intorno a guardare, hanno fatto il giro del mondo.

    Il rapimento, lo stupro e l’omicidio risalgono a diversi giorni fa. Nelle ultime ore la polizia indiana ha arrestato cinque uomini “in connessione con il presunto stupro di gruppo e il duplice omicidio”.

    Tra i cinque arrestati ci sono anche due agenti di polizia. Forse non fanno parte del gruppo di stupratori assassini, ma si tratterebbe dei poliziotti del villaggio che in un primo momento si rifiutarono di accettare la denuncia di scomparsa che il padre di una delle due ragazze voleva presentare. I due agenti avrebbero perfino malmenato il padre e lo avrebbero minacciato di conseguenze anche peggiori se avesse insistito con il voler presentare la denuncia.

    Va subito spiegato: la famiglia delle due ragazze uccise appartiene alla casta più bassa, la casta dei “dalit” o intoccabili. Sì, perché in India esistono ancora le caste, che sono una calamità peggiore dell’apartheid, peggiore dell’odio razziale, peggiore di qualsiasi sfruttamento economico. Alla casta non c’è rimedio, perché viene trasmessa per nascita, in un orribile e pazzesco gioco della roulette russa applicato alla vita.

    I “dalit” non sono degni di essere toccati da gente di casta superiore, non possono rivolgere la parola a persone di altre caste senza essere stati interpellati, non possono accedere a ogni tipo di lavoro ma devono accontentarsi dei lavori più umili, che i membri delle altre classi sociali rifiuterebbero come degradanti.

    Ebbene, adesso volete sapere a che casta appartengono i cinque uomini arrestati? Alla casta più alta, compresi i due agenti di polizia. Noi non sappiamo se le persone arrestate siano colpevoli. E siamo saldamente ancorati al principio legale secondo il quale nessuno è colpevole fino a prova contraria.

    Detto questo, riteniamo più che probabile che gli stupratori assassini – chiunque essi siano – appartengano a una delle caste superiori. Considerare gli intoccabili alla stregua di oggetti fa parte precisamente della mentalità delle classi superiori indiane. E inoltre, data l’assoluta irrilevanza degli intoccabili come esseri umani, essi in fondo possono essere uccisi senza patemi d’animo. Uccidere un intoccabile non è come uccidere una persona vera. È come ammazzare un topo: chi mai si sente in colpa dopo aver ammazzato un topo?

    Si aggiunga che, specie quando la giustizia è amministrata localmente nei piccoli villaggi e nei distretti rurali, polizia e giudici chiudono un occhio, o anche molti occhi, se il colpevole appartiene a una classe superiore e la vittima è un intoccabile. È notorio che questo accada e la cosa è sostanzialmente tollerata. Fino a quando non si verifica un caso clamoroso, che travalica i confini nazionali e suscita scalpore all’estero, come è accaduto appunto per le due ragazzine stuprate e impiccate all’albero di mango.

    Allora il governo centrale tuona, minaccia saette e fulmini, assicura che i colpevoli saranno presi e puniti come meritano. Poi, finito il clamore internazionale, tutto torna come prima. È successo innumerevoli volte in India.

    Forse è giunto il momento di dire, a tutti coloro che si riempiono la bocca della “profonda spiritualità” dell’India., che la smettano. L’India è un Paese primitivo e incivile in vasti, vastissimi settori della sua vita sociale. È un Paese con un pesante, orribile retaggio di inciviltà che trae origine esattamente dalla sua decantata “spiritualità”, cioè dalla sua ossessione per le religioni. Da questa atroce ossessione non si è mai emancipata, nonostante il mahatma Ghandi, nonostante la sua fiorente industria elettronica e nonostante il crescente successo economico.

    L’India è fatta di caste, di steccati sociali, di tabù, di esclusioni, di odio, di vendette, di ossessioni religiose. È fatta cioè di tutti quegli elementi che noi occidentali definiamo contrari alla democrazia e al progresso civile.

    Come tutti i Paesi asfissiati dalla religione, per esempio Iran, Arabia Saudita, Sudan e altri, anche quando essi non si tramutano in teocrazie dichiarate (è il caso appunto dell’India), presto o tardi nelle loro società emergono le tare ereditarie ed emerge l’odio per i diversi, identificati in genere con gli infedeli o i “diversamente credenti” (si vedano le ricorrenti stragi di musulmani nel nord dell’India per mano degli induisti, spesso ricambiati dagli islamici).

    E soprattutto, inevitabilmente, il concetto di “peccato” finisce con il sovrapporsi al concetto o di “crimine”. In quel momento la civiltà finisce e l’uomo precipita nella barbarie e nel più buio Medio Evo.


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